lunedì 13 dicembre 2021

Sigarette: una storia di separazione difficile


Siamo ormai in molti a sapere che il fumo fa male, che è la seconda causa di morte per cancro. È scritto ovunque, dalle riviste scientifiche alla bocca di ognuno, fin nelle nostre mani quando apriamo il pacchetto di sigarette e ne sfiliamo una dopo l’altra. La problematica relativa al fumo svela inevitabilmente storie di vita e il senso che il soggetto ha dato all’uso della sigaretta. Ma è corretto utilizzare il termine “smettere di fumare”? 
Vi racconto la mia esperienza personale. 
Sono una psicoterapeuta che lavora nel magnifico mondo delle dipendenze (eh lo so, è paradossale, ma non raro!).
Ho fumato per ben 23 anni. 23 anni. La durata di un matrimonio, almeno come lo intendevano i nostri genitori!
Scelgo il termine matrimonio perché per me così è stato. Un sodalizio, un legame che credevo inscindibile. Insomma mi ha accompagnato per la maggior parte degli anni che ho vissuto, avendo iniziato nei primi anni dell’adolescenza. Mi ha fatto fare la figa nei locali, durante le bevute tra amici in discoteca, nei momenti di tensione all’università, una compagna fedele e silenziosa in macchina nei viaggi lunghi, la coinquilina di tante sere in solitudine quando abitavo da sola, il pungiball della mia rabbia. Tra meno di un mese il ricordo della mia ultima sigaretta compirà un anno. 365 giorni senza guardare negli occhi un tabaccaio e chiedere la mia dose giornaliera, senza imprecare perché per l’ennesima volta ho dimenticato l’accendino chissà dove, senza rovistare nella borsa compulsivamente mentre guido per sentire al tatto il pacchetto di sigarette e finalmente incanalare tutta l’ansia, l’adrenalina o l’insoddisfazione in quella boccata di aria…tossica!
A 37 anni e un giorno ho deciso di separarmi. Per sempre. Una morte improvvisa. Un lutto. Eppure oggi so che, inconsapevolmente, il processo di separazione è cominciato molto prima. Pian piano mi sono ritrovata a frequentare sempre più persone repulsive al tabacco. Quella repulsione che avevo sempre sentito anch’io! Che orrore puzzare! Perché, sempre in virtù dell’onestà, diciamocelo, il fumatore puzza! Puzza nei vestiti, nelle mani, si impregna di fetore giallo dentro e fuori, perfino negli occhi. Avete mai scalato Corno Grande, la cima più alta del Gran Sasso? A 3000 metri l’aria inizia già ad essere più rarefatta, e se ti fai di 20 sigarette al giorno respiri con rantoli, proprio come una triste e pietosa vecchina di 90 anni! Che rabbia, che pena per me stessa! Vincere l’avviso pubblico per un lavoro di collaborazione presso il Servizio Dipendenze (SerD) di Capua è stata un’altra spinta importante. Non ero più la ragazzetta al tirocinio. Mi sono sentita più responsabile, per me stessa e per i ragazzi che in un modo o nell’altro ci provano a smettere. Come potevo entrare nella relazione terapeutica che cura solo se c’è autenticità, se tra un colloquio ed un altro uscivo, mi nascondevo e mi riempivo di nicotina? Poi la perdita di un mio caro zio, uomo brillante. Si è consumato tra le mie braccia in nemmeno 6 mesi di sofferenza atroce per un cancro alla pleura. Infine, la pandemia da Covid-19, che, guarda caso, colpisce principalmente i polmoni! Come sarà morire senza aria? Me lo sono sempre chiesta. 
Bingo! Il cerchio si chiude! Game over!
Tuttavia ho continuato a fumare ancora per mesi, ancora di più.
E allora cosa? Che cosa mi ha portato a smettere? Niente. Assolutamente niente. Non è smettere la parola giusta. La parola giusta per il cambiamento è iniziare. Smettere è un addio. E gli addii non piacciono a nessuno, nemmeno alla persona più autonoma e indipendente. Il cervello non è mai disposto a sentire sofferenza, la parola smettere ci boicotta, ci rende perdenti in partenza. La persona non vuole perdere il ricordo del piacere che ha creato, purtroppo, un legame emozionale. Io non ho smesso. Io ho iniziato. Ho iniziato ad accettare il mio vuoto, la mia tendenza alla tossicità. Uno dei miei primi maestri di vita e di psicologia, ricordo, prima ancora del nome, mi chiese di cosa mi facevo. Perché ...dài, tutti si fanno di qualcosa! Perché è esattamente come cantano gli 883 (chi era adolescente durante i magici anni 90 come me, già sa!) 
“Cumuli di roba e di spade
Non ti riempiono quel vuoto lo sai
Tanto quello non si riempie mai
Perché forse fa un po' parte di noi”.
Ciò che viene da fuori aiuta solo se nel tuo interno la fame di carezze la riempi con un oggetto-altro diverso dalla nicotina. Certo, il sostegno dell’ambiente esterno è fondamentale. Nel mio caso lo yoga mi ha aiutato molto. Molte persone hanno creduto in me, il mio compagno, i miei amici, le mie colleghe, il mio amico-medico Guglielmo Lauro, responsabile del Centro Antifumo di Aversa, il mio lavoro, i miei ragazzi in cura. I primi giorni sono terribili. Ti senti a disagio, agitata, non sai cosa sta accadendo, lo stomaco è come se stesse sulle montagne russe, il cervello è rallentato, ogni 40 minuti attacchi sempre con lo stesso disco, ripetutamente, come una ossessione: “Ora mi fumo una bella sigaretta”. Poi ti ricordi che hai “S-M-E-S-S-O”, che non le tieni in casa, che quella sensazione di alleggerimento alla prima boccata di fumo non ci sarà più. Mai più. E contatti la rabbia, un calore, un fuoco che sale dai piedi. Sei irritata ed irritante. Sale un magone alla gola, la bocca recrimina il veleno, perfino in questo momento mentre scrivo queste cose ancora le provo, forse le proverò per sempre. L’esperienza della sigaretta è così potente che la memoria del piacere rimane anche quando finisce l’esperienza stessa. Le lacrime vengono agli occhi, la tristezza ti assale, il vuoto è forte, il cuore batte più forte. Poi finalmente avviene lo scarico emotivo e fisico. Rilassamento, respiro più regolare, un pianto fluido che libera la mente dal macigno del craving, della cosiddetta ‘rota’, la gioia per aver superato anche quel momento difficile. La bilancia motivazionale si ispessisce, il peso della consapevolezza aumenta (anche la bilancia pesa-persona registra un piccolo aumento, in verità!), l’auto-efficacia aumenta ad ogni respiro a pieni polmoni, la fierezza invade. Il sonno peggiora, c’è da dirlo!
Mi chiedo, adesso, qui ora, in questo vortice di emozioni che attraverso: -È questo che le persone con dipendenza sentono? È questa la loro esistenza dove il nulla è l’unica possibilità di esserci? È questa la deriva di cui mi parlano da anni? Dov’è il senso? Dov’è la possibilità di riuscita? Dove è il mondo? Quale mondo cercano? Di quale mondo hanno bisogno di nutrirsi? Chi sono io?
Il fumo non è un vizio. Un vizio è una cattiva abitudine. Fumare è una vera e propria dipendenza, fisica e psicologica. Dunque, una malattia. Inutile sminuire o raccontarsi balle. Usiamo le parole giuste. La dipendenza da nicotina è una malattia. L’uso delle parole è importante, soprattutto nell’ambito delle dipendenze. Portano a consapevolezza; un nuovo linguaggio creativo stimola plasticità, nuove tracce, cambiamento. La nicotina è una sostanza psicoattiva che induce un’assuefazione pari a quella di eroina, cocaina e altri oppiacei, cioè dipendenza fisica. La nicotina raggiunge rapidamente il cervello, stimolando i recettori presenti sulla superficie delle cellule nervose e induce la liberazione di dopamina e adrenalina, neurotrasmettitori associati a sensazioni di piacere, euforia e benessere. La dipendenza psicologica si instaura successivamente alla dipendenza fisica: il fumatore trova nella sigaretta un valido aiuto per affrontare situazioni di stress e momenti difficili. Provare a smettere di fumare determina l’insorgere di sintomi di astinenza, quali insonnia, irritabilità, ansia, cefalea, rischio di ricadute. 
Questo è! Il resto, ciò che ci raccontiamo, restano illusioni, difese, negazioni, razionalizzazioni, resistenze, evitamenti; bugie che diciamo a noi stessi perché non ci amiamo. Sicuramente molte fumatrici e fumatori possono ritrovarsi in questa storia; per cui la condivido con la speranza che possa essere di aiuto a chi sta compiendo i primi passi nel difficile percorso di cessazione. 
(psicoterapeuta)
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